Acqua tofana. No, non è il nome di un nuovo cocktail alla moda ma di un veleno così efficace e discreto che persino Wolfgang Amadeus Mozart sospettò di averne bevuto qualche goccia prima di morire. Si racconta infatti che nel 1791 il celebre compositore, indebolito da una misteriosa malattia, confidò alla moglie Constanze: “Sono certo di essere stato avvelenato… Qualcuno mi ha dato acqua tofana”.
Il fatto che fosse il primo sospetto nella mente di un genio morente la dice lunga sulla fama sinistra di questo liquido.
La storia dell’acqua Tofana comincia a Palermo, attorno al 1630, con una donna di nome Teofania d’Adamo.
Era lei la creatrice di questa mistura micidiale a base di arsenico, piombo e forse belladonna: inodore, insapore e perfetta da mischiare nel brodo del marito indesiderato. Teofania finì giustiziata nel 1633, ma il suo lascito non morì con lei. Fu sua figlia, o forse solo un’allieva devota, a raccoglierne l’eredità più velenosa: Giulia Tofana.

Giulia si trasferì a Roma, perfezionò la ricetta e creò una rete sotterranea tutta al femminile, al servizio delle donne infelici.
Vendeva il veleno travestito da cosmetico miracoloso, o lo spacciava per “Manna di San Nicola”, un olio sacro venduto anche nelle chiese. Bastavano 3-4 dosi somministrate nel tempo: il marito iniziava con mal di stomaco, poi febbre, infine la morte. Tutto sembrava naturale, nessun sospetto, nessuna violenza evidente.
Il segreto del successo? L’apparente normalità. I sintomi simulavano una malattia progressiva: un piccolo fastidio digestivo, un po’ di spossatezza, poi un crollo improvviso. Le mogli erano sempre pronte ad assistere, con il cucchiaio in una mano e la faccia da santa nell’altra. Nessun medico avrebbe mai osato sospettare dell’acqua del Santo.
A Roma, Giulia Tofana divenne leggenda.
L’acqua tofana circolava tra le mura di conventi, nelle stanze nobiliari, passava di mano in mano come il segreto più desiderato (e letale). Si calcola che abbia fatto fuori fino a 600 uomini. Una serial killer? Forse. Una paladina? Dipende dai punti di vista. Quello che è certo è che per oltre vent’anni ha fornito una via d’uscita a centinaia di donne apparentemente senza altra scelta. Anche se, ricordiamolo nonostante sia banale, l’omicidio è un reato gravissimo.

Il veleno era talmente celebre da superare i confini italiani. Ne parlarono i cronisti francesi, i medici viennesi, i moralisti inglesi. L’acqua tofana divenne una leggenda, un sinonimo di veleno perfetto. In Francia, il celebre Affare dei Veleni portò alla luce un’intera rete di maghe e nobili che usavano intrugli simili per sistemare conti familiari e politici. Nessuno, però, era elegante come Tofana.
La sua caduta avvenne, secondo le cronache, per colpa di una cliente pentita. Nel momento di servire l’ultima zuppa al marito, la moglie ci ripensò e confessò tutto. Le autorità scoprirono la rete di Giulia, arrestarono decine di donne e nel 1659 cinque di loro furono impiccate in Campo de’ Fiori.
Tra loro c’era anche Girolama Spara, la principale collaboratrice di Tofana. Di Giulia, invece, ci sono due versioni: o morì serena in convento anni prima, oppure fu catturata, torturata e giustiziata in gran segreto. Una fine sfuggente, come la sua stessa invenzione.
Ma la storia non finisce qui. L’acqua tofana divenne leggenda, sinonimo di veleno perfetto, lento e invisibile. Scrittori, cronisti e medici ne parlarono per decenni. Alcuni sostenevano che bastassero quattro gocce per uccidere. Altri la confusero con altri veleni. Il nome, però, rimase. Simbolo di giustizia domestica? Di vendetta? Di libertà? Di certo, un’icona nera della storia.

Nei secoli successivi, l’acqua tofana continuò a vivere nei bisbigli, nei racconti popolari e nei romanzi gotici. Si diceva che bastasse nominarla per vedere un uomo sbiancare a cena. Il veleno era diventato simbolo di un potere silenzioso: quello di chi, pur senza voce, trovava il modo di farsi sentire.
Oggi l’acqua tofana sopravvive nei libri, nei meme e nei racconti. Alcune femministe l’hanno ripresa come provocazione sociale: “Make Aqua Tofana Great Again“, per dire che il patriarcato può anche essere combattuto… ma magari con mezzi meno tossici.
Fonti: Wikipedia



















