Alain Bombard aveva trent’anni nel 1951 quando a Boulogne-sur-Mer affondò un peschereccio. Quarantatré corpi arrivarono al suo ospedale. Non ne riuscì a salvare nemmeno uno. Non perché fossero annegati ma perchè erano morti di paura, di disperazione, di ignoranza fondamentalmente.
Il mare non li aveva uccisi. Li aveva uccisi quello che pensavano del mare.
Bombard era un biologo. Aveva studiato le proprietà nutritive degli organismi marini all’Istituto Oceanografico di Monaco.
Sapeva una cosa che i marinai sottovalutavano: il mare è pieno di cibo.
Il plancton contiene vitamine. Il liquido estratto dal pesce crudo è acqua dolce de facto. Il mare stesso (bevuto in piccole dosi, nei primi giorni, prima che la disidratazione faccia collassare i reni) può tenerti in vita abbastanza a lungo da trovare qualcos’altro da bere.

La sua teoria era semplicemente scandalosa: i naufraghi muoiono perché non sanno come usare ciò che hanno intorno. Muoiono di ignoranza. Non di sete.
Il problema è che nessuno lo avrebbe creduto senza una prova. E la prova, ovviamente, non era facile da procurarsi in quanto nessuno vorrebbe rischiare la propria vita. Nessuno, ad esclusione di se stesso.
Il 19 ottobre 1952, Alain Bombard lasciò Tenerife su un gommone pneumatico di quattro metri e mezzo che aveva battezzato L’Eretico. Il nome era un programma. A bordo: un sestante, qualche attrezzo, dei libri. Niente cibo. Niente acqua dolce. Niente motore, niente vele complete. Solo lui, l’Atlantico e la sua ipotesi.
Era anche un pessimo navigatore. Aveva il sestante ma non sapeva usarlo decentemente. Aveva attraversato la Manica a nuoto nel 1951 (ventuno ore in acqua) ma di vela sapeva poco. Era, come si direbbe oggi, dannatamente fuori dalla sua comfort zone. Solo che la comfort zone, nella sua visione del mondo, era esattamente il posto dove la gente moriva inutilmente.
Per 65 giorni visse come avrebbe vissuto un naufrago. Beveva circa 700 ml di acqua di mare al giorno, integrata con il liquido strizzato dai pesci che riusciva a catturare e con la pioggia quando arrivava. Per evitare lo scorbuto trascinava una rete di seta finissima e raccoglieva il plancton: uno o due cucchiaini al giorno bastavano per le vitamine essenziali. Mangiava pesce crudo. Perdette 25 chili. Aveva piaghe su tutto il corpo. Era costantemente affamato.

Non si fermò.
Il 53° giorno di navigazione a caso incontrò un cargo britannico, l’Arakaka. L’equipaggio gli comunicò che era ancora a oltre mille chilometri da Barbados. Molto più indietro di quanto credesse. Accettò un pasto: uovo fritto, un po’ di fegato, cavolo, frutta. Scrisse in seguito che fu il pasto che gli causò i peggiori disturbi intestinali di tutto il viaggio. Il suo stomaco, educato per due mesi al pesce crudo e al plancton, non sapeva più cosa farsene della cucina normale.
Questo è paradossale e istruttivo allo stesso tempo.
Il corpo si adatta a ciò che gli dai. Il problema non è mai la difficoltà oggettiva, è il mancato adattamento.
La fame vera non è quella che senti quando salti la colazione. È quella che senti quando hai dimenticato cos’è la colazione.
Ripartì. Il 23 dicembre 1952 approdò a Barbados. Aveva percorso oltre 4.400 chilometri nell’Atlantico, da solo, su un gommone, senza scorte. Vivo.

Non era stata tutto oro che luccica la sua esperienza. Un tedesco, il medico Hannes Lindemann, compì due attraversate atlantiche nel 1956 e 1957 per testare i metodi di Bombard. I suoi piedi e le sue gambe si gonfiarono in modo preoccupante. Nel libro Alone at Sea (1958) non solo mise in discussione l’utilità dell’acqua di mare ma arrivò ad accusare Bombard di aver portato scorte nascoste.
Bombard rispose, con logica impeccabile, che non aveva mai sostenuto di bere acqua di mare in grandi quantità, anzi, aveva sempre detto il contrario: poca, presto, prima che la disidratazione comprometta i reni.
L’errore fatale dei naufraghi, secondo lui, era bere acqua di mare solo quando erano già alla disperazione, con i reni esausti che non riuscivano più a smaltire il sale.
Come prendere un antibiotico quando l’infezione ha già distrutto tutto. Tardi non è mai uguale a in tempo. La marina francese e quella taiwanese esaminarono i suoi risultati e li giudicarono validi.
La storia di Bombard non finisce in mezzo all’Atlantico. Finisce, e ricomincia, molte volte.
Nel 1958 stava testando un gommone nelle acque burrascose al largo di Étel, in Bretagna, con sei compagni. Un’onda enorme ribaltò l’imbarcazione. I soccorsi arrivarono, ma il loro stesso battello fu rovesciato da un’altra ondata: nove dei quattordici soccorritori finirono in acqua. Sopravvissero solo Bombard e quattro altri. L’uomo che aveva attraversato l’Atlantico da solo rischiò di morire in acque costiere durante un esperimento di sicurezza.
Il destino ha un senso dell’ironia che nessun romanziere si permetterebbe.
Negli anni successivi fondò un laboratorio marino galleggiante chiamato Coryphène, che presto finì in difficoltà economiche. Fu salvato non dal mare, questa volta, ma da Paul Ricard (il magnate del Pastis) che nel 1966 lo nominò direttore del suo nuovo Istituto Oceanografico. Il mare lo aveva allenato. Il Pastis lo mantenne.

Nel 1974 entrò nel Partito Socialista e si avvicinò a un gruppo ambientalista fondato dall’esploratore polare Paul-Émile Victor. Tra i suoi amici stretti c’erano Jacques-Yves Cousteau e il vulcanologo Haroun Tazieff. Nel maggio 1981 venne nominato Ministro dell’Ambiente. Durò un mese: le sue posizioni intransigenti sulla caccia fecero troppi nemici nei posti giusti.
Quello stesso anno fu eletto al Parlamento Europeo. Dal 1981 al 1994 si batté con tenacia contro il nucleare, la mattanza delle foche, il foie gras ottenuto per gavage. Quest’ultima battaglia gli valse minacce di morte contro lui e la sua famiglia.
Morì nel 2005, a ottant’anni. Era partito su un gommone per salvare i naufraghi. Finì per combattere contro i cacciatori e le oche. La traiettoria di un uomo che aveva capito presto una cosa fondamentale: il nemico non è il mare ma ciò che non accettiamo di cambiare.
C’è una grande lezione in questa storia, che riguarda tutti: la maggior parte delle morti evitabili non avviene per mancanza di risorse. Avviene per mancanza di istruzioni. Le persone muoiono perché nessuno gli ha spiegato cosa hanno già intorno.
Bombard lo capì guardando quarantatré cadaveri in un obitorio di provincia.
Fonti: archive.org / giornaledellavela.com

















