A volte l’essere umano per trovare sollievo è disposto a tutto. E con “tutto” non intendo una dieta a base di aglio crudo o una settimana di yoga in silenzio. No, parliamo di immergersi, fisicamente e non metaforicamente, nella carcassa di una balena in decomposizione. Si chiama “blubber bath” ed era una pratica terapeutica tanto surreale quanto reale, che nel XIX secolo fu considerata una cura efficace per i dolori reumatici. Sì, reumatismi. Il dolore che ti piega (secondo alcuni) poteva essere alleviato ficcandosi dentro un cetaceo in avanzato stato di fermentazione.
La balena in decomposizione come fosse una Jacuzzi dei disperati
Ci troviamo in Australia, più precisamente nella cittadina costiera di Eden, un luogo dove la caccia alle balene non era solo un lavoro, ma quasi una religione. Lì, secondo un articolo del Pall Mall Gazette del 1896, tutto ebbe inizio con un uomo ubriaco e un’intuizione al limite dell’igiene pubblica.
Affetto da reumatismi cronici e probabilmente ben carico di liquori, decise di infilarsi dentro il ventre di una balena morta. Due ore dopo ne uscì euforico dichiarando di sentirsi completamente guarito. Ora, normalmente una cosa del genere finirebbe in una barzelletta o al massimo in un racconto horror, ma qui diventò una moda. Altro che centri benessere: le balene spiaggiate divennero i primi resort termali per reumatismi marini.

I dettagli che non volevi sapere (ma che ti fanno restare a leggere)
La pratica consisteva nel praticare una cavità nella pancia dell’animale (ormai ridotto a carcassa spiaggiata) abbastanza profonda da contenere un uomo. Il “paziente” vi veniva adagiato, generalmente nudo o seminudo, e vi rimaneva immerso per almeno due ore. L’odore era talmente forte da far desistere anche il più convinto degli sperimentatori, ma chi riusciva a resistere giurava di sentire i dolori sciogliersi come grasso al sole.
Il calore sviluppato dal processo di decomposizione, insieme ai gas e agli oli della balena, creava una specie di sauna primordiale. Alcuni raccontavano di un sollievo quasi immediato, altri descrivevano la sensazione come “una fucilata al naso e una carezza alle ossa”. Il fatto che nessun medico serio ne parlasse con entusiasmo è forse il segnale più chiaro della sua efficacia scientifica.
Funzionava davvero?
Qui la faccenda si fa ancora più interessante. Nessuno studio clinico è mai stato condotto sul “blubber bath”, ma alcuni ipotizzano che il sollievo provato dai pazienti fosse dovuto al calore costante e all’effetto placebo alimentato da un’esperienza estrema. In altre parole: se sei disposto a entrare in una balena morta per stare meglio, il tuo cervello deve premiarti con qualcosa. Anche solo per giustificare il trauma olfattivo.
Inoltre, bisogna considerare che in un’epoca priva di antidolorifici efficaci, l’effetto riscaldante poteva davvero dare un beneficio momentaneo, proprio come oggi fanno gli impacchi caldi.
Quando la medicina diventa folclore

Non è da escludere che questa pratica sia stata una rielaborazione distorta di tradizioni indigene. I popoli aborigeni, come gli Yuin, avevano un rapporto spirituale e terapeutico con le balene: ne usavano l’olio, le ossa e i resti per rituali di guarigione. Ma tra utilizzare l’olio e infilarcisi dentro ce ne passa. Come al solito, la colonizzazione ha trasformato il sacro in bizzarro.
Fine (e odore) di un’epoca
Il “blubber bath” scomparve con l’arrivo della medicina moderna e l’abolizione progressiva della caccia alle balene. Oggi resta come aneddoto ai limiti del grottesco, testimone di un’umanità che pur di guarire era pronta a sacrificare la dignità, il naso e qualsiasi desiderio di essere invitata a cena nei giorni successivi. Sempre che non funzionasse davvero, nulla è escluso fino a un nuovo studio scientifico dedicato.
E se stai pensando “questa gente era pazza”, ricordati che oggi c’è chi si fa le flebo di vitamine D mentre guarda Netflix al chiuso o chi si sottopone a trattamenti criogenici solo per sentirsi “più reattivo”. Il contesto cambia, l’attinenza alle soluzioni dubbie resta simile.
Nel pensare al fatto che in passato ne abbiamo fatte di cose strane, sappi che c’è stato anche un tempo dove mangiavamo le mummie.
Fonti: newspapers.com / wired.com


















