Si chiamava Carlos Ray Norris
Chuck Norris non si chiama Chuck Norris. Si chiamava Carlos Ray Norris. “Chuck” è un soprannome da bambino, uno di quelli che ti appiccicano addosso a sei anni e non riesci più a toglierti. L’uomo più duro del cinema, e della tv in generale, ha un nome spagnolo da ragazzo di quartiere.
Ha il sangue Cherokee
Sua madre era per un quarto Cherokee. Questo significa che dentro Chuck Norris c’è un filo diretto con un popolo che gli americani hanno quasi completamente cancellato dalla faccia della terra. Lui è diventato il simbolo dell’America muscolare e patriottica. Loro sono stati spazzati via da quella stessa America. Nessuno ci pensa mai.
Ha inventato un’arte marziale
Non si è limitato a imparare. Ha fondato il Chun Kuk Do, un sistema ibrido che ha codificato personalmente negli anni ’90, mescolando Tang Soo Do, Karate e Jiu-Jitsu brasiliano. La maggior parte delle persone impara le regole del gioco. Lui ne ha scritte di nuove. C’è una netta differenza.
Primo occidentale a fare una cosa che nessun occidentale aveva mai fatto
Fu il primo occidentale a ottenere l’8° dan di Tang Soo Do, riconosciuto direttamente dai maestri coreani. Non da una commissione americana. Non da un ente di comodo. Dai coreani stessi, nella loro disciplina, alle loro condizioni. Quello non è un titolo. È un momento storico.

Non era nell’esercito. Era nella polizia militare dell’Air Force
Tutti pensano a Chuck Norris come a un ex soldato in senso classico. In realtà era un addetto alla polizia militare dell’USAF, di stanza in Corea. È lì, in una base aerea, che si avvicina alle arti marziali. Il destino non lo trova sul campo di battaglia. Lo trova in una palestra coreana sperduta. Come nei film, appunto.
Era un ragazzo timido che non si piaceva
Famiglia povera, padre alcolizzato, carattere chiuso. Il Chuck Norris reale (quello vero, non quello dei meme) era un adolescente insicuro che non sapeva bene cosa fare di sé. Poi ha trovato le arti marziali e ha costruito tutto il resto sopra. Non è diventato coraggioso perché era forte. È diventato forte perché aveva paura. Ordine inverso, come spesso accade nelle storie più affascinanti.
Aprì una scuola di arti marziali quando in America non esistevano quasi
Negli anni ’60, quando la gente non sapeva nemmeno pronunciare “karate”, Norris aprì una catena di scuole chiamata Chuck Norris System. Non aspettò che il mercato fosse pronto. Creò lui il mercato. Questa è imprenditoria, o follia, dipende da come va a finire.
Bruce Lee lo scelse personalmente
Per il combattimento finale di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente (1972), fu Bruce Lee a volerlo. Non un produttore. Non un casting director. Lee lo aveva visto allenarsi e aveva detto: quello. I due erano amici nella vita reale. Si rispettavano come si rispettano due persone che sanno entrambe quanto costa diventare quello che sono diventate.

Scriveva di politica su un sito di notizie
Per anni ha firmato contenuti d’opinione su WorldNetDaily, schierandosi apertamente su temi conservatori americani. Quasi nessuno lo sa perché l’immagine del picchiatore duro copre tutto il resto. Ma Norris pensava, leggeva, scriveva. Aveva opinioni. Le difendeva con le parole, non solo con i calci.
Le barzellette su di lui lo fecero commuovere
Quando scoprì il fenomeno virale delle “Chuck Norris Facts” (quelle barzellette assurde tipo “Chuck Norris non fa push-up, abbassa la Terra”) non si arrabbiò. Non chiamò un avvocato. Fu sua moglie Gena a mostragliele su internet, e lui rimase così colpito dall’affetto che ci stava dietro da commuoversi.
Il mito più duro del cinema pianse davanti a una barzellette su sé stesso. Non è ironia. È la cosa più umana di tutto questo elenco.















