rispondere "click" su X

Rispondere “click” e bloccare l’interlocutore è paura che si veste d’arroganza

In un mondo perfetto, i social media sarebbero una piazza virtuale dove le idee fluiscono in libertà tra persone che si confrontano con rispetto e la giusta dose di curiosità. Nella realtà le cose sono diverse. Tra meme e litigi, c’è un fenomeno che spicca per la sua assurdità: la tendenza, quando si è messi alle strette in una discussione, di bloccare l’interlocutore e dichiarare orgogliosamente “click”.

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Rispondere “click” e bloccare è un gesto che nasconde un universo psicologico fatto di convinzioni, ego e infantilismo.

Il “click” usato come scudo contro la realtà

Il “click” è diventato una dichiarazione di vittoria proveniente unicamente dalla propria convinzione. Rappresenta l’ultimo atto di ribellione contro la “prepotenza intellettuale” dell’interlocutore. Non importa quanto valida o argomentata fosse l’opinione opposta: il “click” è il modo per dire “Non mi interessa, io vinco comunque”. È il gesto digitale che corrisponde al classico “non ti sento, lalalalà” del bambino che si tappa le orecchie.

rispondere "click" su X

Rispondere “click” e bloccare sembra essere un comportamento alimentato da un bisogno psicologico: preservare la propria immagine.

Ammettere di aver sbagliato, o anche solo di non sapere qualcosa, richiede una dose di umiltà che molti, purtroppo, non sono disposti a concedersi. Bloccare e dichiarare “click” diventa così un’azione simbolica che cancella con un gesto qualsiasi senso di fallimento.

Il piacere psicologico del “click”

Dietro al rispondere “click” e bloccare si cela una convinzione soddisfacente: “Ho tolto voce al mio avversario”. Chi usa questa strategia prova probabilmente un effimero senso di controllo. Sul piano emotivo, bloccare qualcuno equivale a chiudere una porta in faccia a una situazione spiacevole. È la fuga istintiva dalla dissonanza cognitiva, quella fastidiosa sensazione che proviamo quando ci rendiamo conto che la nostra opinione potrebbe non essere così solida come credevamo.

Ma attenzione: questo senso di potere è ovvio che sia solo illusorio, come la sua natura lo crea. Nel grande flusso della conversazione digitale, l’idea non viene eliminata, né la discussione si ferma. L’unico risultato è che chi ha scritto “click” si autoesclude, rinchiudendosi nella propria torre d’avorio fatta di certezze fragili e orgoglio mal riposto. Se non sei il Monaco Simeone allora potresti avere un problema.

Il paradosso del “click”

Ciò che rende il “click” particolarmente divertente è il suo stesso paradosso: chi lo scrive pensa di avere l’ultima parola, ma in realtà dichiara il contrario. Dire “click” è come esporre un cartello al mondo intero con su scritto: “Non sono capace di rispondere, quindi scappo”. È un boomerang comunicativo imbarazzante.

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Immaginiamo un dibattito tra due persone. Una porta argomenti, dati e logica. L’altra, incapace di ribattere, blocca e scrive “click”. Chi osserva, a questo punto, capisce facilmente chi ha il controllo della situazione: sicuramente non chi è scappato.

Dietro al “click” non c’è solo arroganza o ignoranza, ma spesso anche una paura legittima: quella di sentirsi inadeguati.

Rispondere "click" e bloccare l'interlocutore è paura che si veste d'arroganza

La cultura dei social, che premia il sarcasmo e punisce l’errore, non facilita certo l’umiltà. Tuttavia, è proprio l’umiltà che permette di crescere nella vita in generale. Ammettere di non sapere qualcosa o di avere torto non è un atto di debolezza ma di forza.

Bloccare chiunque metta in discussione le nostre idee ci priva di un’occasione preziosa: imparare.

Come superare il “click”?

Il “click” è il simbolo di una realtà social che privilegia l’apparenza sulla sostanza. Invece di bloccare e dichiarare una fatua vittoria, provare a restare nella conversazione e rispondere (o anche semplicemente a dire “Non lo so, mi informerò”) è l’unica soluzione costruttiva.

Alla fine, la vera vittoria non è nel “click”, ma nella capacità di affrontare le sfide con curiosità e apertura mentale. In un dialogo costruttivo non esiste chi vince o chi perde ma esiste solo chi partecipa. Nella vita in generale anche la vittoria ha una fine, con la morte, ecco perché la parola vita e tutto ciò che ne concerne è sempre sinonimo di partecipazione. Non importa vincere ma partecipare.


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