L’uomo in copertina è Walter Yeo, un marinaio inglese che rimase ferito mentre manovrava i cannoni il 31 maggio 1916. Sebbene la causa esatta delle sue ferite non è documentata, è probabile che sia stato colpito da schegge volanti di un proiettile e abbia riportato ustioni dovute ai gas caldi sprigionati. L’esplosione lasciò Yeo gravemente sfigurato, con la perdita di entrambe le palpebre superiori e inferiori.
Yeo fu affidato alle cure di Harold Gillies. Grazie al lavoro pionieristico di Gillies nella chirurgia ricostruttiva, Yeo ricevette un innovativo innesto facciale. Un lembo di pelle gli fu trapiantato su viso e occhi e, dopo diversi mesi di convalescenza, fu dichiarato nuovamente idoneo al servizio attivo.
Si, attivo, perché in fondo quando scegli di essere carne al macello diventa complicato parlare di dignità o umanità, se di fatto si giura di morire per la patria, tutto il resto diventa secondario.
Ma chi era Harold Gillies?
Le ferite al volto erano difficili da curare in prima linea. A volte i chirurghi suturavano ferite senza tenere conto della quantità di tessuto perso. Man mano che le cicatrici guarivano, la carne si irrigidiva, contorcendo il volto in una smorfia grottesca e permanente. Le ferite alla mandibola spesso impedivano agli uomini di mangiare o bere, mentre alcuni dovevano essere curati stando seduti per evitare il soffocamento in posizione distesa. Altri rimanevano ciechi o con un buco enorme dove un tempo c’era il naso.

Una volta tornati a casa, questi uomini si trovavano spesso ad affrontare stigma e isolamento. Le loro deturpazioni rendevano difficile trovare lavoro e molti venivano relegati a turni di notte, lontano dagli occhi del pubblico. In alcune città, venivano costretti a sedersi su panchine blu dai colori vivaci negli spazi pubblici, in modo che gli altri sapessero di non doverli guardare.
Fortunatamente, l’aiuto arrivò da Harold Gillies, un chirurgo neozelandese che aveva assistito in prima persona alla carneficina durante il suo servizio al fronte.
Determinato a trovare soluzioni migliori, Gillies si dedicò allo sviluppo di tecniche innovative per la ricostruzione facciale. Al suo ritorno in Inghilterra, istituì un reparto dedicato alle lesioni facciali presso il Cambridge Military Hospital di Aldershot.
Tuttavia, il reparto si rivelò presto insufficiente a soddisfare la crescente domanda. In risposta, fu istituita una nuova struttura a Sidcup: il Queen’s Hospital, che aprì nel giugno del 1917 con oltre 1.000 posti letto. Lì, Gillies e il suo team svilupparono molte delle tecniche fondamentali della moderna chirurgia ricostruttiva.
Gillies capì che la guarigione di un volto danneggiato richiedeva più della semplice copertura delle ferite: significava ripristinare sia la struttura che la funzione. Il suo approccio prevedeva innanzitutto il riposizionamento di qualsiasi tessuto sano al suo posto. In seguito, le lacune lasciate dalla lesione potevano essere riempite con tessuto trapiantato da altre parti del corpo. Sebbene i chirurghi avessero già una certa esperienza con gli innesti cutanei, Gillies perfezionò significativamente questi metodi. Una volta riparata la struttura ossea sottostante, il team poteva iniziare il meticoloso processo di ricostruzione dei tessuti molli del volto.

Molte immagini, data la loro crudezza, non possono essere incluse in questo contenuto. Sono comunque disponibili su questo archivio online.
Le tecniche da lui sviluppate avrebbero influenzato generazioni di chirurghi, estendendosi ben oltre il campo di battaglia.
Negli anni successivi alla guerra, Gillies continuò a spingere i confini di ciò che la chirurgia ricostruttiva poteva raggiungere. La sua competenza attirò pazienti da tutto il mondo e, durante la Seconda Guerra Mondiale, guidò nuovamente gli sforzi per curare i militari feriti. Eppure, forse uno dei capitoli più straordinari della sua carriera arrivò più tardi, quando aprì silenziosamente nuove strade nel campo della chirurgia di genere.
Nel 1946, Gillies eseguì uno dei primi interventi di affermazione di genere documentati al mondo, aiutando Michael Dillon, a cui era stato assegnato un sesso femminile alla nascita, a passare al sesso maschile. Qualche anno dopo, assistette anche a una delle prime procedure di passaggio da uomo a donna.
In un’epoca in cui tali interventi erano socialmente tabù e inesplorati dal punto di vista medico, Gillies affrontò questi casi con la stessa cura, curiosità e compassione che avevano caratterizzato il suo lavoro con i soldati feriti. Così facendo, contribuì a gettare le basi mediche ed etiche per l’assistenza di affermazione di genere odierna.
Dai volti sconvolti dei soldati dilaniati dalla guerra alle vite dei pionieri transgender che cercano di vivere in modo autentico, l’eredità di Gillies è fatta di guarigione, innovazione e umanità. Il suo lavoro ci ricorda che la medicina, al suo meglio, non è solo una scienza, ma un’arte profondamente radicata nell’empatia.
Fonti: academia.edu / nam.ac.uk



















