fenomeno saltatori francesi

Boscaioli saltano in alto ed eseguono ordini se spaventati: il caso irrisolto dei “saltatori francesi”

Immaginate un boscaiolo del diciannovesimo secolo che al minimo rumore o movimento improvviso, salta in aria, urla e obbedisce istantaneamente a qualsiasi comando gli venga gridato. Non è uno scherzo, ma un fenomeno neurologico reale e misterioso noto come i “saltatori francesi“, una condizione che ha sconcertato la comunità scientifica per oltre un secolo.

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L’enigma iniziò a farsi notare nel 1878, quando il neurologo americano George Miller Beard portò all’attenzione dell’American Neurological Association le testimonianze di questi uomini e della loro insolita condizione nervosa. Due anni dopo, Beard si recò di persona nella regione per indagare. Ciò che scoprì fu sorprendente:

I “saltatori” reagivano con movimenti esplosivi e repentini, ripetendo comandi o persino eseguendoli involontariamente.

Un esperimento condotto da Beard vide un uomo lanciare il suo coltello in un fascio di legno dopo un comando improvviso, mentre un altro gettò pipa e tabacco in reazione a un ordine simile. Questi episodi non erano isolati; i soggetti erano spesso vittime di scherzi crudeli, con spettatori che li incitavano a “saltare”, “correre” o “colpire”, talvolta con conseguenze dannose, come un uomo che si ferì la mano rompendo un vetro o un altro che rischiò di tagliarsi la gola mentre si radeva. Beard notò che erano “impotenti come apoplettici o isterici, se non di più”.

Boscaioli saltano in alto ed eseguono ordini se spaventati: il caso irrisolto dei "saltatori francesi"
Boscaioli del Maine

Dopo aver esaminato numerosi casi, Beard concluse che il fenomeno fosse una forma di disturbo nervoso di natura funzionale, paragonabile a una forma di “isteria psichica o mentale”. Suggerì persino che potesse essere un’evoluzione di comportamenti di solletico o scherzi tra i boscaioli, amplificati dalla noia e dall’isolamento delle sere nei campi. Questa teoria implicava una sorta di “contagio mentale” che, attraverso la pratica e l’ereditarietà, avrebbe trasformato un gioco innocuo in una vera e propria patologia. Le osservazioni di Beard supportavano una componente genetica o familiare, con intere famiglie che presentavano più “saltatori” tra padri, figli e nipoti.

Le abitudini tendono a plasmare la persona. Ciò che ci plasma può farci apparire diversi da come pensiamo o vorremmo apparire. Un’abitudine naturale ma di grande impatto sociale, ad esempio, è la dieta dei fenicotteri. Diventano rosa a causa della quantità di gamberetti che mangiano. Chi si nutre ogni giorno solo di ciò che la società dona, come abitudine, come appare agli occhi altrui? Come differenziamo la nostra “alimentazione” di vita quando si parla di abitudini?

Nonostante l’osservazione più marcata fosse tra i franco-canadesi, resoconti giornalistici della fine del XIX secolo suggerirono che comportamenti simili fossero presenti anche in individui di altre etnie – tedeschi, scandinavi, americani e irlandesi – che lavoravano isolati nelle foreste. La condizione non era confinata al solo Maine, ma si estendeva a Wisconsin, Minneapolis, Michigan e al Canada nord-occidentale. Sebbene questi resoconti non avessero il rigore clinico di Beard, indicavano la possibilità che fattori ambientali o stress lavorativi potessero aver scatenato manifestazioni simili altrove.

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Sindromi comparabili sono state registrate in regioni distanti del mondo. Il “latah” in Malesia e il “myriachit” tra gli Yakut della Siberia mostrano molte delle stesse caratteristiche: risposte esagerate al soprassalto, ecolalia (ripetizione di parole), ecoprassia (imitazione di movimenti) e obbedienza automatica ai comandi.

Dopo un periodo di oblio, il fenomeno riemerse negli anni ’60, quando Harold Stevens, professore di neurologia, documentò nuovi casi, suggerendo che la sindrome non fosse limitata a specifici gruppi etnici o aree geografiche.

Boscaioli saltano in alto ed eseguono ordini se spaventati: il caso irrisolto dei "saltatori francesi"
Boscaioli del Maine

Tuttavia, una delle teorie più influenti venne proposta nel 1965 da Reuben Rabinovitch, che descrisse un gioco infantile diffuso nelle Laurentian Mountains, a nord di Montreal, in cui un bambino spaventava un altro per ottenere una reazione.

Rabinovitch suggerì che la sindrome dei “saltatori francesi” non fosse un disturbo neurologico, ma un “riflesso condizionato” sviluppatosi dalla monotonia e dall’isolamento dei campi di legname.

Secondo questa interpretazione, il comportamento si sarebbe istituzionalizzato come forma di interazione e intrattenimento all’interno della comunità. Con la scomparsa dei tradizionali campi di disboscamento, anche il comportamento dei “saltatori” diminuì. Questa visione fu rafforzata da uno studio del 1986, che vide neurologi e psicologi canadesi esaminare otto individui in Quebec che mostravano comportamenti simili, tutti sviluppati durante l’adolescenza dopo aver iniziato a lavorare nei campi.

Nonostante le diverse teorie, nulla è stato ancora stabilito in modo definitivo. La National Organization for Rare Disorders (NORD) classifica ancora il “salto” come un “disturbo estremamente raro” senza una terapia specifica, pur riconoscendo la teoria del condizionamento operante.

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Il fenomeno dei “saltatori francesi” è un ottimo esempio per comprendere cosa può succedere nella mente dell’uomo se isolato e non stimolato. Gli istinti hanno la strada spianata nell’esser tirati fuori, compresi quelli più primordiali che richiamano ad esempio alle abitudini di gioco da infante. Se si pensa a ciò, quale reazione tira fuori l’uomo quando si sente isolato e non stimolato nella società moderna? Si perché la solitudine, nonostante le miriade di connessioni, è un problema moderno tanto quanto gli stimoli.

Fonti: rarediseases.org / pubmed.ncbi.nlm.nih.gov


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