Davide Minerva, in arte Dave7, è un ragazzo salentino che oggi può vantare di essere la dimostrazione perfetta della parola “impegno”. La sua storia è quella affiancabile a migliaia di storie che troppo spesso rimangono silenziose e stagnanti in ambienti, come le quattro mura di casa, che diventano prigioni perfette contenenti la mancanza di sogni portata da un’arrendevolezza senza spiragli.
Davide ha reagito alla sua condizione, cambiandola.
Siamo al mondo per vivere un’esperienza. Farne tesoro e curarsi anche dell’esperienza altrui è uno dei sensi più profondi ed etici della vita stessa. Una fortuna diventa solitudine quando non viene condivisa. Anche se molti millantano una fiera solitudine, vestita da richiesta di attenzioni sinistre, condividere col prossimo è il miglior modo per non rimanere mai più soli.
—
Leggi i pensieri gourmet
Davide, dopo anni di depressione e arrendevolezza di fronte a un muro di sguardi e atteggiamenti lontani dall’eterea visione cinematografica a cui troppo spesso affianchiamo le difficoltà altrui, ha deciso di reagire e lo ha fatto con lo sport, con la musica e con ciò di più prezioso dovremmo tutti avere: la famiglia.

Della sua vita vissuta sino ad ora ne ha fatto un libro: “Quando meno diventa più”.
Al fine di far conoscere la sua storia a chi in questo momento pensa che la propria abbia una sola strada che non vale neanche la pena percorrere, ho intervistato Dave7 con 7 domande che hanno l’obbiettivo di parlare oltre ai convenevoli, lasciando spazio al reale e allo scomodo. Così da comprendere di più su ciò che significa “farcela”.
Davide ha accettato l’intervista con un entusiasmo come pochi e di questo lo ringrazio.
Quando meno diventa più: una concetto che parla chiaramente di una trasformazione. Ogni cambiamento però porta sia a godere di qualcosa di nuovo che a lasciare qualcosa di vecchio. Cosa ti manca del vecchio Davide che non puoi più avere?
Del vecchio Davide mi manca la leggerezza. Mi manca quella parte di me che viveva senza sapere davvero quanto la vita potesse cambiare all’improvviso. Prima dell’intervento chirurgico ero un altro Davide: avevo le mie insicurezze, i miei sogni, i miei limiti, ma non avevo ancora conosciuto quel dolore profondo che ti costringe a ricostruirti da zero.
L’intervento ha segnato un prima e un dopo. Non è stato solo un passaggio medico, è stato un terremoto dentro. Da lì sono arrivati anni difficili, sei anni di depressione, di buio, di domande senza risposta, di giornate in cui anche fare cose semplici sembrava pesantissimo. A volte mi mancava perfino la voglia di credere in me stesso.
Del vecchio Davide mi manca forse l’incoscienza, quella libertà mentale che avevo prima di dover lottare così tanto. Però oggi ho capito che quel Davide non è sparito: vive dentro di me. Non posso più tornare a essere lui, ma posso portarlo con rispetto nel Davide che sono diventato.
Ciò che hai conquistato è frutto del tuo impegno e perseveranza. Cosa senti sia importante pensare quotidianamente per non mollare mai?
Ogni giorno penso che se sono ancora qui, allora non è finita. Me lo ripeto soprattutto nei momenti in cui la testa torna indietro, in cui riaffiorano la fatica, la paura, le ferite.
Dopo un intervento chirurgico e sei anni di depressione, capisci che non sempre la forza è spettacolare. A volte la forza è alzarsi dal letto. È uscire di casa. È allenarsi anche quando dentro sei stanco. È rispondere alla vita anche quando la vita ti ha fatto male.
Per non mollare bisogna ricordarsi che il dolore non deve essere per forza una condanna: può diventare una responsabilità. Io oggi sento di dover trasformare ciò che ho vissuto in qualcosa che possa aiutare anche gli altri. Non devo essere perfetto, devo essere vero. E la verità, quando viene condivisa, può diventare forza.
Quale pensi sia la differenza sostanziale tra pietismo e sensibilità?
Il pietismo ti guarda come se fossi solo il tuo limite. Ti mette addosso un’etichetta, ti fa sentire piccolo, fragile, quasi incapace. È uno sguardo che magari nasce anche da buone intenzioni, ma spesso finisce per ferire.
La sensibilità invece è diversa. La sensibilità vede la ferita, ma non dimentica la persona. Vede la difficoltà, ma riconosce anche il valore, la dignità, il carattere, la voglia di rialzarsi.
Io non ho mai cercato pietà. Nei miei anni più difficili non avevo bisogno che qualcuno mi dicesse “poverino”. Avevo bisogno di qualcuno che mi dicesse: “Io ti vedo, ti ascolto, rispetto quello che stai passando, ma so anche che sei molto più della tua sofferenza”.
La sensibilità non abbassa una persona. La sensibilità la accompagna.

La vita ti ha circondato di persone davvero preziose che hanno sempre creduto in te. Persone che hanno fatto della loro presenza le tue fondamenta di sicurezza. Quanto l’ambiente e le conoscenze senti siano state importanti e cosa consigli a chi non ha la stessa condizione sociale?
L’ambiente è stato fondamentale. Le persone giuste possono salvarti anche quando tu non riesci più a salvarti da solo. Io ho avuto accanto persone preziose, persone che hanno creduto in me anche quando io facevo fatica a farlo.
Durante sei anni di depressione non sei sempre facile da capire. Ti chiudi, cambi umore, sembri distante, a volte ti senti un peso. E chi resta in quei momenti diventa una radice. La famiglia, gli amici veri, chi non ti abbandona quando non sei nella tua versione migliore: queste persone diventano fondamenta.
A chi non ha la stessa fortuna dico una cosa: non scegli da dove parti, ma puoi provare a scegliere chi far entrare nel tuo percorso. Cerca ambienti sani, persone che ti stimolino, contesti che ti facciano crescere. Anche una palestra, una scuola, un’associazione, un libro, un progetto possono diventare famiglia in certi momenti.
Non tutti nascono circondati dalle persone giuste, ma tutti hanno il diritto di cercarle.
Restando sull’algebra. Dopo la trasformazione da meno a più, quale senti sarà il prossimo passo?
Il prossimo passo è non tenere quel “più” solo per me. Perché se tutto quello che ho vissuto resta soltanto una mia ferita, allora rimane dolore. Ma se diventa testimonianza, esempio, messaggio, allora può trasformarsi in qualcosa di utile.
Dopo il meno che diventa più, per me arriva il “noi”. Arriva il desiderio di portare questa storia nelle scuole, tra i ragazzi, nello sport, nei luoghi dove qualcuno si sente sbagliato, fragile, escluso o indietro.
Il prossimo passo è far capire che il limite non è sempre la fine di qualcosa. A volte è il punto da cui nasce una versione più consapevole di te.
C’è un libro che ti ha cambiato la vita? Se si, quale?
Sì, ce ne sono due.
Il primo è il libro di Andrea Pusateri. Mi ha colpito perché Andrea rappresenta una forza reale, non costruita. La sua storia ti mette davanti a una verità importante: non sempre puoi scegliere cosa ti succede, ma puoi scegliere cosa farne del dolore che ti è stato consegnato. In lui ho visto coraggio, dignità e una capacità enorme di trasformare una ferita in testimonianza.

Il suo libro mi ha fatto sentire meno solo, perché quando leggi una storia vera di caduta, lotta e rinascita, capisci che la fragilità non è una vergogna. È una parte del percorso. Andrea mi ha insegnato che il corpo può subire dei cambiamenti, la vita può metterti davanti a prove enormi, ma la mente e il cuore possono ancora trovare un modo per andare avanti.
Il secondo è “Io, Giorgio” di Giorgio Chiellini. Quel libro mi ha lasciato tanto perché racconta la mentalità di un campione, ma soprattutto di un uomo che ha costruito tutto con disciplina, sacrificio e responsabilità. Chiellini non rappresenta solo il calciatore forte: rappresenta la costanza, la leadership, il lavoro quotidiano, la capacità di non cercare scorciatoie.

Da quel libro ho preso un messaggio fortissimo: il talento conta, ma senza testa, sacrificio e valori non basta. Mi ha insegnato che la forza non è solo fisica, è mentale. È restare lucidi nei momenti difficili, accettare la fatica, lavorare in silenzio e farsi trovare pronti.
In modi diversi, questi due libri mi hanno aiutato: Andrea Pusateri mi ha parlato della rinascita dopo il dolore; Giorgio Chiellini mi ha parlato della disciplina necessaria per trasformare quella rinascita in percorso.
L’impegno sopperisce alla mancanza di fortuna o è solo un’utopia che ci raccontiamo per non cedere all’arrendevolezza?
Non voglio dire una frase fatta: la fortuna esiste. Esiste nascere in un contesto favorevole, avere salute, occasioni, conoscenze, possibilità. Sarebbe falso dire che partiamo tutti dallo stesso punto.
Però l’impegno è l’unica cosa che può ridurre la distanza tra ciò che ti manca e ciò che vuoi diventare. Non sempre basta a farti ottenere tutto, ma sicuramente ti impedisce di restare fermo.
Nel mio caso l’impegno non ha cancellato l’intervento chirurgico. Non ha cancellato sei anni di depressione. Non ha cancellato le paure, le notti difficili, i momenti in cui mi sono sentito perso. Però mi ha dato una direzione.
Per me impegnarsi significa dire: “Forse non ho avuto tutto, forse ho avuto meno, ma quel meno non deciderà tutta la mia vita.”
Ed è proprio da lì che nasce Quando Meno Diventa Più.


















