linguaggio violento

Come il linguaggio che usiamo ci convince che la guerra sia normale e normalizza l’odio

Si dice che ciò che comunichiamo con le parole rappresenti una bassa percentuale di ciò che percepiamo dal prossimo. Il linguaggio del corpo fa il resto. Ma cosa succede quando le persone si abituano a confrontarsi attraverso uno schermo, dando alle parole un’importanza molto più alta? Succede che l’uso delle parole passa dalla frustrazione di farsi comprendere o peggio dalla convinzione di poter parlare di concetti scomodi in modo comodo. Se nessuno ti guarda negli occhi quando parli, perché dovresti riflettere su ciò che dici?

Le parole possono essere armi.

Con l’aumento dell’uso dei social sempre più persone si confrontano su temi importanti in modo scorretto. I social danno a tutti il medesimo spazio, quindi che tu abbia studiato, conosciuto o vissuto un argomento in modo dignitoso rispetto a un’altra persona non conta: conta solo la reazione a ciò che dici. Le reazioni sono sinonimo di intrattenimento ed esso, per un social, significa tempo speso dall’utente e trasformato in monetizzazione.

In questi ultimi anni il linguaggio usato sia sui social che sul mainstream in generale tende ad essere sempre più violento e insensibile, con conseguente cambiamento della nostra percezione (spesso in peggio).

Un libro dal titolo “Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio” affronta il tema in modo completo ponendo il lettore di fronte a degli esempi davvero chiari su come il linguaggio si stia trasformando sempre di più in un’arma. Lo trovi su Amazon.

Come il linguaggio che usiamo ci convince che la guerra sia normale e normalizza l'odio

Ecco gli esempi menzionati prima:

Nominare è già decidere chi muore

Durante il conflitto a Gaza, alcuni media hanno usato il verbo “uccidere” quasi esclusivamente per le vittime israeliane. Le vittime palestinesi, nei titoli, semplicemente “morivano”, come se cadessero da soli, senza causa, senza una mano assassina. Per ogni israeliano ucciso, l’aggettivo veniva menzionato otto volte. Per ogni palestinese, la proporzione era quasi sedici a uno nell’altra direzione.

Condizioni lessicali simili non narrano semplicemente la guerra: la precedono, la costruiscono, la legittimano.

Klemperer lo aveva capito osservandolo dal vivo sotto il nazismo: le parole “scivolano dentro” prima che te ne accorga. Un giorno dici “neutralizzare” e smetti di dire “uccidere”. Un giorno dici “operazione speciale” e la guerra scompare dal vocabolario (e quasi dalla realtà).

Il “nemico invisibile” è sempre qualcun altro

Nel marzo 2020, mentre i presidenti di mezzo mondo dichiaravano guerra al Covid, il frame bellico smetteva di descrivere un virus e cominciava a indicare persone. Cinesi picchiati. Musulmani additati come untori in India. Migranti bloccati alle frontiere in nome dell’”emergenza sanitaria”.

Il nemico invisibile non è mai davvero invisibile. Ha sempre un volto. Di solito è un volto già considerato sospetto prima della crisi.

Vale per il Covid come per la retorica dell’invasione dei migranti. Dire “tsunami migratorio” non è una metafora innocua. È politica.

linguaggio violento

La pace si dice “guerra” e nessuno protesta più

Menachem Begin, prima di attaccare il Libano nel 1982, pronunciò la parola “pace” quindici volte nel suo discorso. “Guerra”: due. L’operazione si chiamava “Peace for Galilee“.

Oggi in Europa si chiama “Readiness 2030” quello che era stato presentato come “ReArm Europe”, ribattezzato forse perché il termine suonava troppo esplicito. Miliardi di euro in spese militari, presentati come unica opzione possibile.

La cosa davvero inquietante non è che accada. È che non sobbalziamo più. Che “riarmo” passi inosservato. Che chiedere a ragazze e ragazzi di quattordici anni se si arruolerebbero “se il loro paese entrasse in guerra” sia diventato normale in un questionario scolastico italiano.

La militarizzazione del linguaggio non è propaganda straniera. È l’aria che respiriamo in questo periodo storico.

Il linguaggio che usiamo definisce chi siamo.

Se il linguaggio non è responsabilità, cosa può essere diversamente se non vuoto? Essere responsabili delle proprie parole significa anche comprendere molto bene quelle altrui e non lasciare che sia convincenti o meschine, bensì pretendere che siano solo chiare.

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Se l’argomento ti interessa e vuoi approfondirlo in modo particolare, è consigliabile la lettura del libro di Federico Faloppa. È interessante e non servono altre parole perché questo è un invito a scoprire non un’azione di convincimento.

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