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C’è stato un periodo in Italia dove, al contrario di oggi, non era una buona idea definirsi “pazzi” pubblicamente e lo era ancora meno sentirsi definire tali. La pazzia, una volta, era una colpa talmente grave da essere condannata quanto prima per paura di un contagio che poteva avvenire però solo attraverso le parole.

La pazzia è una malattia contagiosa che non si serve di virus ma di idee libere da antidoti. Condividi il Tweet
© Andy Schwetz

Nel 1904, in Italia, le cose non andavano benissimo per chi volesse vivere una vita alternativa. La polizia poteva liberamente arrestare qualcuno e accusarlo di essere “pazzo” senza eseguire troppi approfondimenti. Pazzi potevano essere ritenuti anche coloro che in realtà erano piccoli criminali, o peggio anche persone “socialmente indesiderate” come i senza tetto. Si veniva arrestati e condannati senza una diagnosi precisa.

© Andy Schwetz

Anche la Chiesa aveva il potere di additare qualcuno d’esser colpevole di pazzia.

© Andy Schwetz

Una volta ritenuti pazzi si finiva in manicomio, un posto che rappresentava una fine lenta, dolorosa e fuori da ogni limite di umanità e compassione. I manicomi in Italia sono stati tra i peggiori in quei periodi. Si praticavano “cure” che ad oggi sono state bandite in quanto ne è stat riconosciuta l’inutilità e la cattiveria gratuita.

© Andy Schwetz

Parlo di cure come la camicia di forza e l’elettro shock.

© Andy Schwetz

Solo nel 1974, grazie alla legge Basaglia i manicomi dovettero smettere di usare pratiche ritenute disumane e crudeli. Da li in poi queste strutture sono state man mano sempre più limitate e chiuse, sostituite con pratiche e luoghi più umani. La malattia mentale rimane tutt’oggi un argomento scottante in Italia.

© Andy Schwetz

Andy Schwetz è un fotografo tedesco cresciuto in una zona della Germania dove era presente uno degli istituti psichiatrici più grandi della nazione. Questa vicinanza ha fatto si che crescesse in lui una spiccata sensibilità e curiosità sul tema. Nel 2013 fece un viaggio in Italia per scoprire quelle che furono le strutture ospitanti i manicomi. Dal suo viaggio nasce una raccolta di foto che lasciano basiti per quanta bellezza e storia, triste, riescano a contenere e raccontare senza bisogno di parole.

© Andy Schwetz

Ogni scatto è un capolavoro di narrativa fotografica, carico di emozioni capaci di far avvicinare l’osservatore ai brividi provati dal fotografo nel posare lo sguardo da un angolo all’altro di questi luoghi che altro non sono che inferni abbandonati.

© Andy Schwetz

C’è stato un periodo in Italia dove se non eri d’accordo con “gli altri” eri semplicemente pazzo. La fine che potevi fare era qualcosa di simili alla storia di Vincenzo M. un paziente di cui non è rimasto nulla se non la sua cartella clinica che riporta:

10.5.47: Eseguito elettro shock su paziente

10.7.47: Lingua “occupata” febbrilmente

10.11.47: Niente di nuovo

12.4.48: Mostra apatia, stupidità, privazione di ogni iniziativa. Non esprime desideri; sorride blandamente, mangia volontariamente, non mostra segni di allucinazioni.

10.11.61: (Dopo 13 anni senza annotazioni) Seria confusione mentale, apatico, inattivo, indifferente.

Tranquillo nel 1964, non aggressivo, non attivo

Nessun cambiamento nel 1967

1970: Senza espressioni, triste, apatico e indifferente.

Vincenza è stato chiuso in manicomio quando aveva 17 anni per aver creato disordine a scuola. In Italia. Pensaci.

Fonte: andyschwetz.de / instagram