Nel 1968, a soli 11 anni, Mary Bell uccise due bimbi a Newcastle. Non per gioco, ma per un dolore radicato: cresciuta tra abusi, prostituzione materna e maltrattamenti, riversò sul mondo l’inferno vissuto. I suoi omicidi, lucidi e disturbanti, raccontano di una mente infantile deformata dall’assenza d’amore. Condannata, poi rilasciata, vive oggi con identità segreta. La domanda resta: vittima o carnefice?

Ciò che ci circonda ci plasma, nei pensieri e nei comportamenti. Quanto siamo responsabili di ciò che facciamo? se una vittima diventa un carnefice, il suo carnefice può essere un attenuante nella condanna? Umanità è sinonimo di possibilità?
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