Nel tessuto complesso della storia coloniale, esistono narrazioni che risuonano con una profondità e una tristezza particolari. Una di queste è la storie del “Negro di Banyoles“, il corpo imbalsamato di un guerriero africano Khoisan, la cui esposizione per quasi un secolo in un museo spagnolo rappresenta una delle pagine più controverse e dolorose del rapporto tra scienza, etica e dignità umana. Questa storia, carica di implicazioni razziali e coloniali, invita a una riflessione profonda.
La vicenda inizia nell’Africa australe, intorno al 1830-1831. Il corpo di questo uomo, appartenente all’etnia Khoisan (un gruppo indigeno del Sudafrica noto per la sua ricca cultura e le sue lingue a “click”), fu esumato da Jules Verreaux, un naturalista e collezionista francese noto per le sue spedizioni e la sua attività di commerciante di esemplari di storia naturale.
Verreaux, insieme al fratello, disinterrò il corpo e, dopo averlo preparato con tecniche di tassidermia, lo inviò a Parigi. Qui, e successivamente in Spagna, in particolare al Museo Darder di Banyoles, vicino a Barcellona, il corpo fu esposto come una “curiosità” scientifica ed etnografica.
Per decenni, generazioni di visitatori europei osservarono il Negro di Banyoles, privato del suo nome e della sua identità, esposto come un trofeo.

Questa esposizione non era solo una violazione della dignità individuale dell’uomo, ma anche un atto di mancanza di rispetto verso l’intera comunità Khoisan e, più in generale, verso l’Africa. L’uomo era diventato un simbolo del dominio coloniale e di un’epoca in cui le vite e le culture non europee erano spesso deumanizzate e ridotte a oggetti di studio o di spettacolo. Esporre, nel corso della storia, soggetti che non possono difendersi o decidere di essere lì ha portato anche a risultati positivi, come nel caso del medico che salvò migliaia di bambini rendendoli di fatto dei spettacoli a pagamento.
Per gran parte del XX secolo, la presenza de “El Negro” nel museo di Banyoles non fu oggetto di particolari contestazioni pubbliche. Tuttavia, con l’emergere di una maggiore consapevolezza sui diritti umani e sull’eredità del colonialismo, la situazione cambiò radicalmente.
Fu nel 1991 che la vicenda assunse una dimensione internazionale, quando Alphonse Arcelin, un medico haitiano residente in Spagna e consigliere comunale, scrisse una lettera al sindaco di Banyoles, chiedendo la rimozione del corpo. La sua richiesta accese i riflettori dei media, dando il via a un’ampia mobilitazione internazionale. Organizzazioni africane, gruppi per i diritti umani e persino l’Organizzazione delle Nazioni Unite, attraverso i suoi segretari generali Federico Mayor Zaragoza e Kofi Annan, si fecero portavoce della richiesta di restituzione del corpo alla sua terra d’origine.

La protesta si intensificò in vista dei Giochi Olimpici di Barcellona del 1992, con molti che minacciavano di boicottare l’evento se “El Negro” fosse rimasto esposto.
La discussione fu accesa e complessa. Mentre una parte della popolazione di Banyoles considerava il corpo quasi un “membro della comunità” o un’attrazione turistica storica, altri lo vedevano come un simbolo inaccettabile di razzismo e di un’era coloniale da cui prendere le distanze. La pressione diplomatica e mediatica crebbe in modo esponenziale.
Finalmente, nel marzo del 1997, il corpo de “El Negro” fu rimosso dal Museo Darder. Fu un passo cruciale verso la giustizia. Il corpo fu trasferito al Museo Nazionale di Antropologia di Madrid, dove si procedette alla rimozione di tutte le parti artificiali aggiunte per l’esposizione (come la colonna vertebrale in legno, gli occhi, i capelli e i genitali). Una volta scomposti, il cranio e le ossa rimanenti furono inviati in Botswana.

Il 4 ottobre 2000, i resti fecero ritorno nella loro terra ancestrale, il Botswana, e il giorno successivo, il 5 ottobre, ricevettero una degna sepoltura nel Parco Tsholofelo a Gaborone. La sua tomba è stata dichiarata monumento nazionale, a testimonianza di un percorso di risanamento e riconoscimento. La restituzione non fu solo un atto di riparazione storica, ma anche un potente messaggio di rispetto per la dignità di ogni individuo e per il patrimonio culturale dei popoli.
Fonti: Wikipedia: Negro of Banyoles / Wikipedia: Jules Verreaux

















