Prima di diventare pontefice, Enea Silvio Piccolomini (conosciuto poi come Papa Pio II) era un uomo di corte e di lettere. Nel 1444, a Vienna, scrisse in latino l’Historia de duobus amantibus, un romanzo epistolare che avrebbe fatto il giro d’Europa.

La vicenda scritta dal Papa era semplice e scandalosa: Lucrezia, nobildonna sposata, intreccia una relazione clandestina con Eurialo, cavaliere della corte austriaca. Tutto avviene attraverso otto lettere, ardite non solo per l’argomento ma per lo stile diretto. Papa Pio II descrive Lucrezia con frasi come:
“Il suo petto era bianco come neve, generoso e con capezzoli gonfi come due melograni le cui pulsazioni risvegliavano il desiderio”. E ancora: “O petto bianco, o dolce lingua, o occhi languidi, quando potrò mordere di nuovo quelle labbra di rubino?”.
Dopo la morte dell’autore nel 1464, il testo venne stampato a Colonia tra il 1467 e il 1470 dal tipografo Ulrich Zell, con un successo senza precedenti: almeno quaranta edizioni nel solo Quattrocento. Alla fine del secolo arrivò anche la versione italiana illustrata, stampata a Firenze da Piero Pacini. Qui il finale venne modificato: non più tragedia, ma matrimonio e figli. La logica era chiara: la passione incuriosisce, ma il lieto fine vende di più.

Lo storico John Julius Norwich definì il libro parte della “quantità di poesia lievemente pornografica” scritta da Piccolomini prima di indossare l’abito papale. Alcuni hanno persino ipotizzato che la trama fosse ispirata alle avventure sentimentali del cancelliere Kaspar Schlick, amico dell’autore.
Così, l’uomo che nel 1458 sarebbe stato incoronato Papa Pio II, rimane anche l’autore di uno del romanzo erotico più letti della sua epoca. Una storia che dimostra come la linea tra sacro e profano, allora come oggi, sia molto più sottile di quanto si immagini. Una linea che la Chiesa varca spesso nella sua storia.
Fonte: ilovetypography.com


















