Un nuovo studio interdisciplinare pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment rivela come una potente eruzione vulcanica avvenuta nel 1345 abbia innescato un “effetto farfalla” climatico, portando indirettamente la Peste Nera in Europa.
Sebbene il batterio Yersinia pestis circolasse già tra i roditori dell’Asia centrale, la sua rapida diffusione verso il bacino del Mediterraneo fu causata da una crisi agricola globale senza precedenti.
Le enormi quantità di zolfo immesse nella stratosfera dal vulcano oscurarono il sole, provocando un brusco abbassamento delle temperature e piogge incessanti.
Questo mutamento climatico causò carestie devastanti in Italia, Spagna e Francia, costringendo le potenze marittime come Venezia e Genova a importare massicce quantità di grano dalle regioni del Mar Nero controllate dai Mongoli dell’Orda d’Oro.

Proprio in queste zone la peste era già endemica: le navi cariche di cereali trasportarono involontariamente anche le pulci infette, introducendo il contagio nei porti europei nel 1347 e dando inizio alla pandemia che uccise fino al 60% della popolazione. Se ci si ferma a riflettere sulle possibili conseguenze di una pandemia, si comprendono molto meglio lemisure di sicurezza adottate durante il Covid.
Le prove di questo evento geologico sono state individuate dai ricercatori Martin Bauch e Ulf Büntgen attraverso l’analisi delle carote di ghiaccio estratte in Groenlandia e Antartide, che mostrano un picco di zolfo databile con precisione al 1345. Questo segnale chimico indica un’eruzione tropicale di magnitudo superiore a quella del Monte Pinatubo del 1991, capace di iniettare circa 14 teragrammi di zolfo nell’atmosfera.
Parallelamente, lo studio degli anelli degli alberi nei Pirenei spagnoli ha confermato la presenza di “anelli blu”, testimonianza di estati insolitamente fredde e umide tra il 1345 e il 1347. Questi dati scientifici trovano riscontro nelle cronache medievali, che descrivono eclissi lunari oscurate e cieli perennemente nebbiosi, segni tipici degli aerosol vulcanici che riflettono la luce solare.

La ricerca sottolinea come la sicurezza alimentare sia stata il fattore decisivo. Per evitare la morte per fame dei propri cittadini, le repubbliche marinare attivarono rotte commerciali a lunga distanza, rompendo persino embarghi esistenti per accedere alle riserve di grano asiatiche.
Questo sistema di approvvigionamento, pur salvando inizialmente migliaia di persone dalla denutrizione, divenne il vettore principale del morbo. La sincronia tra l’arrivo delle navi granarie e le prime epidemie documentate a Venezia e Genova suggerisce un legame diretto tra la gestione della crisi climatica e l’esplosione della pandemia. In definitiva, la Peste Nera può essere considerata un primo, tragico esempio delle vulnerabilità intrinseche a un mondo già parzialmente globalizzato, dove un evento naturale a migliaia di chilometri di distanza può scatenare una catastrofe umana di proporzioni inimmaginabili.
Fonte: livescience.com


















