Il mondo che vediamo oggi, sempre pronto a costruire, sempre attento a non cadere, non esiste da sempre. È diventato tale grazie a storie, esperienze, gioie e sofferenze altrui.

Oggi vi racconto la storia di Root, la radice che sostiene il mondo.

In un tempo lontano, a tal punto da non esser riconoscibile in una semplice data, la terra altro non era che un’immensa distesa di confusione, vento e primordiali forme di vita vegetale. L’uomo non era ancora nato poiché la culla della vita non riusciva a dare sostegno a qualcosa di solido su cui evolvere.

Hai Telegram? Unisciti!

Unisciti al canale Telegram @novabbe per ricevere i contenuti prima di tutti, partecipare ai sondaggi, commentare e interagire con gli altri.

Segui Novabbe.com anche su:

Le uniche forme di vita esistenti erano quelle che oggi riconosciamo come foglie. Ai tempi però non erano come le vediamo oggi e sopratutto non vivevano come siamo abituati a sapere.

Le foglie altro non erano che flebili forme di vita nate dalla superficie del terreno. Esse erano tutte uguali, uno stelo al centro e ad avvolgerle ci pensava un sottilissimo strato verde, grande abbastanza da farle volare di continuo per tutta la loro breve vita, donando ad esse l’instabilità dell’essere con tutto ciò che ne consegue.

Il mondo fatto di sole foglie, vento e terra andò avanti per molti anni e, se non fosse per Root, probabilmente sarebbe rimasto tale.

Se c’era una cosa che mancava in mezzo a tutte queste foglie che svolazzavano era qualcosa di solido che sapesse restare fermo. Un punto di riferimento, un modo per le foglie di potersi aggrappare a qualcosa e cominciare a costruire.

Un giorno, una di queste foglie, la più sbarazzina, libera e confusionaria, decise che avrebbe voluto spargere il suo seme così da raccoglierne prima il piacere di farlo e poi, forse, anche il dovere di crescere le piccole foglie che ne avrebbero rappresentato il frutto di quel suo seme.

Si chiamava Pa la foglia volenterosa di riprodursi, ed ebbe molte piccole foglie dalla sua compagna. Figlio della confusione e del continuare a vagare senza meta, insegnava alle stesse figlie l’assenza di stabilità, abbandonandole a se stesse dopo poco.

Solo una foglia, figlia di Pa, ebbe un destino diverso dalle altre. La piccola Root.

Fin dalla nascita Root dimostrò di essere diversa. Non sviluppo quello strato attorno allo stelo capace di farla volare, in questo modo restava sempre indietro poiché il vento non riusciva a spingerla con forza come faceva con tutti gli altri.

La diversità è un dono che si impara ad apprezzare con la sensibilità e Pa di sensibilità ne era davvero scarso, così mosso dalla rabbia di avere una figlia che non sapeva volare decise di porre fine alla sua esistenza. Lo fece scavando nel terreno e sotterrando Root, così da non vederla più, così da smettere di vergognarsene pensando a quanto non riusciva ad amarla per com’era.

Root era esile, delicata e adesso aveva sul suo martoriato stelo uno strato di terra che per molto tempo non le fece mai più vedere la luce del giorno.

Il tempo trascorreva, tutti sopra di lei volteggiavano leggiadri senza più pensare a lei. Vivevano la loro veloce esistenza con l’energia che ha il fiore delle piante grasse, così bello si ma sempre così breve, poiché nasce e muore in un solo giorno.

Tutti si dimenticarono di Root e quando qualche volta qualcuno provava a ricordarla, non mancava mai di sbeffeggiarne la memoria con le offese e il deridere la sua diversità, la sua fine, il posto dov’era finita: sotto terra.

Root però non era finita, era solo al buio. Quando accettò questo e smise di piangere per i soprusi che sentiva rivolti a lei, cominciò a sentire dentro di sé un’energia diversa, capace di farle vedere quanto potesse espandersi al suo solo volere. Root stava cambiando, lo stelo che era stava diventando qualcosa di diverso, di più grande, di più solido.

La sua voglia di vivere spingeva le sue estremità sempre più in la, consolidandola. Root, scartata perché imperfetta, stava diventando quella che oggi conosciamo come “la radice”.

Passavano gli anni e tutti si dimenticarono di Root. La vita delle foglie in superficie era fondamentalmente breve quanto la loro considerazione della vita altrui. Lei però continuava a crescere sotto al terreno, e d’un tratto riuscì anche a uscirne. Lo fece tirando fuori un piccolo stelo che venne subito strappato via dal vento. Root non era nata per arrendersi, continuava ancora a crescere e tirava fuori sempre più steli.

Alla difficoltà del vento si aggiunsero le risate delle foglie che trovavano bizzarro il fatto che nascessero steli ancorati al terreno. La loro vita fugace era la sola cosa che conoscevano, tutto ciò che era diverso da loro era fuori da ogni considerazione. Ridevano volteggiando attorno agli steli, privandoli di ogni possibile dignità. Root ascoltava il vociferare maligno delle foglie ma non lo subiva. Il buio alla quale era stata condannata divenne la sua fortuna. Non aveva bisogno di ciò di cui tutti si nutrivano goliardicamente, non ne era più attratta. Il suo unico pensiero era quello di espandersi nel sottosuolo.

Root divenne col tempo il primo albero sulla terra.

Solido, ancorato sul terreno e capace di produrre a sua volta nuove foglie che si distinguevano dalle altre per forma e caratteristica di essere attaccate all’albero e non libere di svolazzare ovunque. Root aveva imparato a sopravvivere e ad alimentarsi senza togliere niente a nessuno, era libera ed indipendente.

Mantenne solo un gesto di tristezza che l’ancorava all’abbandono della foglia padre, lo stesso gesto che le dava la forza di sopravvivere ricordandole il dolore da qui era nata. Quella che oggi conosciamo come rugiada, che al mattino scivola sui fiori e sulle foglie alimentando il terreno, altro non è che il modo di piangere di Root. Ogni mattina, piangeva dalle sue foglie e con l’acqua che cadeva sul terreno si alimentava diventando sempre più forte.

Root fu la prima a diventare un albero, dai suoi frutti nacquero i semi capaci di continuare il suo lavoro, dapprima erano tre, poi col tempo divennero infiniti. Si riproduceva e allo stesso tempo dava stabilità al terreno, una casa alle foglie e un posto dove sviluppare quella che poi sarà la casa dell’uomo molti anni dopo.

Root divenne la dimostrazione più costruttiva ed emozionante di come ciò che nasce dallo scarto di qualcuno, sia il dono più grande per tutti gli altri.

Root fu la prima mamma, la più forte, quella che non aveva bisogno di altro per essere tale, la dimostrazione tangibile che la solitudine è una condanna solo se si ascoltando i bisogni e le convinzioni altrui. La solitudine di quella fossa scavata nel terreno da Pa era ormai un ricordo, i suoi figli e tutto ciò che aveva generato erano la dimostrazione perfetta che non si è mai soli quando si costruisce qualcosa per il bene di tutti.

Se oggi puoi godere dell’ombra di un albero, della dolcezza di un frutto e di tutto il fascino che la natura sa donare, lo devi a Root e alla sua vita sotterranea fatta di sofferenze e caparbietà. Oggi Root è in ogni albero nella terra capace di abbellire e sostenere tutto ciò che dipende da lui, senza chiedere nulla in cambio se non la possibilità di rispettare le sue lacrime di rugiada a cui sa di non dover rinunciare mai, per non dimenticare chi è e da dove viene la sua forza.

Non è una favola, gli alberi parlano davvero attraverso le loro radici. Parlano un linguaggio che non ha lettere o termini, toni o suoni, parlano la lingua delle emozioni mute, capace di attraversare il mondo ove c’è un pezzo di terra degno di accogliere le radici.

Grazie Root, il mondo ti deve la vita.

Dedicato a Giusy

Ogni volta che tu condividi questo contenuto, io dono un centesimo in beneficenza.
Ho creato le CONDIVIZIONI, scopri come funzionano >

Pierpaolo Corso - Novabbe.com