La sicurezza dei contenuti sui social è diventato una argomento controverso negli ultimi anni. Se la fortuna dei social è l’ignoranza e l’interazione impulsiva, la sua condanna è lo stesso moralismo che ne muove migliaia di interazioni, portando con se visualizzazioni e spazi pubblicitari sempre più ricchi.

In poche parole, se su un social qualcuno pubblica un’immagine controversa, essa attrae commenti, condivisioni e reazioni a catena, molto più di un contenuto standard. Il dato per misurare l’efficacia di un contenuto su un social è il tasso d’interazione. I contenuti violenti o vietati hanno tassi di interazione maledettamente alti a causa della loro natura “proibita”.

Tenendo conto che un social vive di due cose, raccolta dati e vendita spazi pubblicitari, perché dovrebbe punire qualcosa che le alimenta entrambe in modo eccelso e senza troppi sforzi? Per il moralismo. Si perché quando si progetta di costruire un servizio di successo che fa dei numeri la propria forza, allora bisognerà adattarsi ai numeri, anche se questi remano contro la logica a volte.

I social alimentano in gran parte una vena di ipocrisia che si palesa attraverso la disperata ricerca di attenzioni via contenuti pubblicati con una fatua leggerezza. I selfie erotici con le frasi poetiche possono essere un ottimo esempio di ciò. L’ipocrisia però è instabile in quanto per sua natura stessa non ha una base su cui poterne misurare le caratteristiche. L’ipocrisia è la menzogna moderna, consentita e accettata socialmente da tutti in quanto fa comodo.

È logico quindi che se un social rimuove un contenuto vietato non lo fa per proteggerti, ma per proteggersi.

Prima dei social le discussioni potevano avvenire in luoghi fisici come bar o luoghi di ritrovo. Questi posti danno la possibilità di dire qualsiasi cosa con una leggerezza tale da esentarti anche da eventuali responsabilità. Internet nei primi anni 2000 era un posto nuovo, dove si sperimentavano nuove forme di comunicazione e sopratutto linguaggi. L’obiettivo, una volta commercializzato, era quello di espanderlo il più possibile. Oltre all’implementazione di internet nei vari accessori che accompagnano il nostro quotidiano, bisognava ricreare l’atmosfera di leggerezza e ipocrisia che distingueva i luoghi di scambio di opinioni presenti fino ad allora. Nascono così i social, distruggendo di fatto l’idea di autorevolezza nel diritto di scrivere sul web.

I social danno la parola a tutti allo stesso modo. Sono come un bar che continua a dar da bere dopo l’orario in cui sono vietati gli alcolici, col chiaro intento di non far andare a casa i clienti, qualsiasi cosa essi dicano e in qualunque modo si intrattengano. L’importante è lasciare appeso il cartello che indica il divieto di bevande alcoliche dopo un certo orario e chiudere qualora arrivino le forze dell’ordine. L’alcool, con questo esempio, è paragonabile agli strumenti social, le discussioni da bar ai contenuti e la legge che vieta gli alcolici dopo una certa ora, al regolamento. Grazie ai social abbiamo portato l’ignoranza, l’ipocrisia e la leggerezza da bar, sul web. Peggiorando il tutto.

Ovviamente i social hanno anche un aspetto, molto ampio, culturale e positivo per la società stessa. È un po come parlare di un coltello: puoi usarlo per uccidere o per liberare una persona legata con una corda.

Lo strumento non è mai un problema, la mano che lo usa si. Condividi il Tweet

Ma perché i social non pagano chi segnala contenuti che si rivelano poi davvero illegali o vietati?

Perché la guerra all’ipocrisia che genera profitto è l’ipocrisia stessa. Per fare un esempio più comprensibile prendo spunto alla guerra alle droghe in Italia. Chi realizza le leggi antidroga non è obbligato a sottoporsi a un test antidroga a sorpresa. Il classico concetto del “chi controlla i controllore”.

copertina facebook moderazione contenuti

Vi immaginate se segnalando un contenuto inappropriato, Facebook o affini pagasse?

Il social si trasformerebbe in poche settimane in un posto senza più offese, contenuti che incitano all’odio o altro. Si creerebbe un esercito di segnalatori pronti a far soldi con i contenuti illegali.

Che conseguenze ci sarebbero a una tale rivoluzione?

Salterebbe tutto il traffico generato dai contenuti illegali e dai contenuti che si avvicinano ad esserlo. In poche parole il social diventerebbe qualcosa di molto più serio, perdendo matematicamente anche un’enorme fetta di utenti. Se ti chiedi a quanto equivalga la percentuale di traffico derivate da contenuti che incitano all’odio o fomentano l’ignoranza, ti basta fare un giro sulla tua bacheca Facebook per notarlo in modo indipendente. La percentuale è comunque molto alta.

Social network come Facebook, di fatto, hanno un team di persone che si occupa di moderare i contenuti segnalati. Un team che nel tempo sta diventando sempre più grande e pieno di bug, come testimonia questo splendido articolo di Vice che tocca l’argomento approfondendolo.

Pagare chi modera e non (anche) chi segnala, è come pagare l’impiegato che si occupa di riscuotere la multa e non chi la fa. Se così fosse le forze dell’ordine non avrebbero tutta questa voglia di fare del volontariato multando mezzi che violano il codice della strada, ad esempio.

Il problema dei contenuti da moderare sui social è un problema quindi di facciata. Se crei una legge e non sostieni chi la alimenta, di fatto hai creato una legge utile solo in teoria. Quando un servizio si prospetta d’esser usato da tutto il mondo, proteggerne la faccia e l’onore attraverso funzioni dedicate è fondamentale. Per questo accettiamo che l’intelligenza artificiale riconosca un capezzolo in un quadro, censurandolo, e non facciamo caso al fatto che se vuoi davvero combattere un fenomeno devi armarti di strumenti efficaci, non solo tecnologie che si dimostrano spesso inclini all’errore di interpretazione. È come voler combattere l’evasione fiscale con un questionario online da compilare e non con i veri controlli approfonditi.

Perché i social dovrebbero pagarti per qualcosa?

Quando si crea un servizio che ha come obbiettivo il guadagno, ogni spesa diventa un fattore a cui fare estrema attenzione. Il senso dei social non è la socialità ma il guadagno, diversamente saremmo diventati in questi anni più socievoli, invece l’unica cosa cambiata è la quotazione in borsa delle società annesse al panorama social.

Se il servizio funziona così, perché dover pagare gli utenti? È una spesa evitabile che si trasforma quindi in un’ulteriore guadagno.

Ecco perché, invece, Tik Tok ha cominciato a pagare i suoi creator (e nella fase di lancio anche chi invitava amici). La spesa è stata effettuata solo perché necessaria a superare la concorrenza o perlomeno a entrare nel mercato dei grandi numeri. È un po come creare una nuova squadra di calcio e pagare le persone che cominceranno a tifarla, a parlarne ecc…è una spesa solo all’inizio. Se la squadra di calcio entrerà in serie A, gli sponsor ripagheranno col tempo tutto l’investimento fatto e oltre.

Si paga per espandersi. Creare un ambiente unicamente costruttivo, libero da contenuti violenti e vietati, non paga e non attrae. Se le società avesse fame di cultura, di confronto costruttivo, di strumenti che accrescono la conoscenza, allora i luoghi di aggregazione sociale di successo sarebbero i caffè letterali non le discoteche. Il menefreghismo cosmico e la superficialità sono due realtà molto facili da osservare.

Se pagassero chi segnala un contenuto inadatto, il passo dopo sarebbe proteggere le casse dell’azienda vietando, ad esempio, di segnalare contenuti creati con account fake giusto per guadagnare. L’unico modo per farlo sarebbe permettere la registrazione sui social solo con un documento di identità valido. Questo trasformerebbe il social dal paese dei balocchi al paese reale, annullando di fatto tutti i pinocchi in giro.

Tu rinunceresti ai tuoi guadagni per il bene altrui?

Ultimo aggiornamento: 14 Agosto 2022