Un uomo bastona un lupo mannaro per scacciarlo via

Thiess, il lupo mannaro che combatteva per Dio (e lo mandarono via a bastonate)

Thiess di Kaltenbrun, Lettonia, 1692. Un uomo di 86 anni si presenta davanti ai giudici e dichiara, con assoluta calma, di essere un lupo mannaro. Non lo confessa. Lo rivendica.

Fermati un secondo su questo dettaglio.

Non è un ragazzo spaventato che crolla sotto pressione. Non è un pazzo che delira in un angolo. È un vecchio di 86 anni, lucido, coerente, che spiega per filo e per segno come funziona il “mestiere del lupo mannaro” con la stessa tranquillità con cui uno spiegherebbe come si fa il pane. I giudici, per sicurezza, interrogano i suoi vicini. Tutti concordano: Thiess è perfettamente sano di mente.

La storia comincia un anno prima, quando Thiess viene convocato come testimone in un processo per furto in chiesa, nella Livonia svedese. I giudici sanno che in paese lo considerano un lupo mannaro implicato col Diavolo, ma non gli interessa, non è quello il caso. Poi però Thiess apre bocca da solo. Ammette di essere stato un lupo mannaro, anche se sostiene di aver smesso dieci anni prima.

Un uomo bastona un lupo mannaro per scacciarlo via

E da lì comincia a raccontare.

Nelle notti di Santa Lucia, di Pentecoste e di San Giovanni, lui e altri lupi mannari abbandonavano la forma umana, si trasformavano in lupi, giravano per le campagne e sbranavano il bestiame felicemente in compagnia. Fin qui, classico comportamento da lupo mannaro.

Poi arriva il dettaglio che cambia tutto: la carne non la mangiavano cruda. La arrostivano. Con il sale.

Ma il nucleo vero della storia è un altro. Thiess non scendeva all’Inferno per fare il male. Scendeva per combattere. Lui e i suoi compagni si armavano di lunghe verghe di ferro e se le davano di santa ragione con il Diavolo e le streghe sue serventi, per recuperare il grano, l’orzo, la segale che le streghe avevano rubato ai contadini.

Se i lupi mannari non scendevano e non combattevano, il raccolto andava perduto. La gente moriva di fame. Era un servizio di sicurezza in tutti i sensi presentato in quel modo.

I lupi mannari quindi erano, testualmente, i “cani da guardia di Dio.”

I giudici fanno notare una piccola contraddizione: Thiess aveva detto di aver smesso di fare il lupo mannaro dieci anni prima, eppure ammette di essere sceso all’Inferno l’anno precedente. Thiess concede senza drammi che la prima versione era falsa. Nessuna scusa. Nessuna strategia difensiva. Solo: sì, ho mentito, ora vi dico come stanno davvero le cose.

Un uomo accusato di stregoneria nel 1692, che corregge spontaneamente le proprie dichiarazioni davanti ai giudici.

Il coraggio di chi non ha più niente da perdere, o la serenità di chi è convinto di avere ragione. Non si capisce bene quale delle due. Forse entrambe, forse un bug psicologico interessante.

La cosa che rende questo caso unico è che Thiess non si inserisce in nessuno degli schemi previsti dall’inquisizione. Non confessa patti col Diavolo. Non ammette riti satanici. Ribalta completamente il copione: i lupi mannari non sono i cattivi, sono i protettori. Le anime dei lupi mannari vanno in Paradiso, quelle delle streghe all’Inferno.

Ginzburg ha visto in questo un residuo di qualcosa di molto più antico della cristianità: un substrato sciamanico sopravvissuto alla conversione, dove guaritori e combattenti spirituali scendevano nel regno dei morti per garantire la fertilità della terra. Lo stesso schema dei benandanti friulani, che cadevano in trance e credevano di combattere le streghe per proteggere i raccolti. Thiess ne è il parallelo baltico.

Il tribunale alla fine lo condanna comunque: non frequentava la chiesa, non prendeva i sacramenti, faceva guarigioni con formule proibite, benediceva cavalli e grano con pratiche non ortodosse. Lo frustano e lo cacciano per sempre.

La morale non è che aveva ragione lui o torto i giudici. La morale è più sottile e più fastidiosa.

Un sistema funziona finché tutti recitano la parte assegnata. Il lupo mannaro dovrebbe confessare di servire il Diavolo, pentirsi, fare una bella fine edificante. Thiess invece arriva lì e dice: no, scusate, avete capito tutto al contrario.

È lì che il sistema non sa cosa farsene. Non lo può assolvere, non può inserirlo in nessuna categoria. Lo giudica e lo manda via, senza complicarsi la vita.

Funziona ancora così. Quando qualcuno non si comporta come il ruolo che gli abbiamo assegnato, non sappiamo dove metterlo.

Fonte: en.wikipedia.org

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