tiziano casole giullare senza radici

Intervista a Tiziano Casole, il Giullare senza radici tra orto e arte

L’arte è come l’amore, tutti siamo liberi di millantarla ma pochi sono fortunati a viverne il senso vero. Ci sono concetti che grazie alla loro grandezza spingono le persone oltre i limiti, persone come Tiziano Casole, un artista reale che onora l’arte privandosi di quelle radici su cui, molti altri artisti, provano a costruire fatue scale verso il cielo del successo come se bastasse un fagiolo magico per nutrire con dignità l’arte stessa.

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Conoscere il suo personaggio e la sua persona porta alla volontà di condividerne con gli altri quanto visto, sentito, provato. Questa intervista vuole essere un inizio alla sua conoscenza, così che possiate “conoscere” un’artista vero e completo, capace di essere esempio di qualcosa tra il tangibile e l’etereo. Tiziano non è un’artista ossessionato da ciò che arriva al pubblico, bensì è concentrato su ciò che parte da lui, così che le sensazioni siano si tramutino in gestualità mantenendone la passione che le genera.

Chi era il Tiziano Casole prima del Giullare?

Fino ad oggi, che ho 46 anni, ho sempre pensato di aver vissuto intensamente due vite distinte e separate. La prima da atleta professionista, militavo infatti nelle più grandi manifestazioni di uno sport tra quelli chiamati “minori”, uno di quelli dove devi avere genitori che si svenano economicamente per permetterti di allenarti e gareggiare, uno di quelli dove le ore di allenamento giornaliero sono incalcolabili. Detto questo, capirete che ”Minore”, non è proprio l’aggettivo più azzeccato per definire questo sport.

Ho vestito la maglia azzurra e ho vinto titoli nazionali e internazionali di pattinaggio corsa.

Ero un fondista, uno di quelli con i battiti cardiaci bassissimi che macinava km e km a velocità elevate, uno di quelli che da piccolo arrivava sempre ultimo, ma anche uno tra quelli che ha sempre creduto di potercela fare. E così, con dedizione e tanto sudore, è stato. La carriera sportiva però oscurava un altro mio sogno, il Teatro. 

I collegiali con la nazionale, le trasferte e le tante ore di allenamento, non potevano permettermi di fare altro, fino alla più grande sfortuna capitata nella mia carriera. In procinto di partire per la Colombia per partecipare al campionato del mondo, mi si perforò un timpano, ecco, la mia vita da atleta, da quel giorno è terminata. Non ho mai avuto la forza di rialzarmi da quel triste evento, ma un motivo c’era: ero pronto ad appendere i pattini al chiodo e inseguire un altro sogno…fare l’attore di teatro.

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Così mi iscrissi a Campo teatrale a Milano e per tre anni studiai recitazione. Un percorso duro, ma che mi ha formato quanto lo sport. Da quel dì la mia seconda vita. Tanti viaggi, tanti traslochi e tanti spettacoli tra piazze, teatri, tv e in ogni dove potessi portare la mia arte. Dal teatro, infatti, passai ad altri tipi di live fino ad entrare nel mondo delle rievocazioni storiche dove, col tempo, imparai anche tecniche circensi e di fachirismo, diventando così un Giullare a tutti gli effetti.

Cosa ha Tiziano che il giullare mai avrà e viceversa?

Ho sempre svolto il lavoro dell’artista seriamente, come una missione di vita (anche perché campare di questo non può essere altro che una dura missione da seguire) ma ho sempre creduto che i sogni possono realizzarsi con un’unica risoluzione dettata da passione e amore. 

Non ho mai amato le regole “attoriali” che impongono di essere due individui (persona e attore) distinti e separati. Pecca mia, ma ho sempre mischiato il mio essere con quello dell’artista-performer, ma se devo rispondere a questa domanda,  trovo comunque un dettaglio importante che si distingue con delle vesti addosso e non con altre.

Tiziano è una persona che ama la quiete e il silenzio. 

Crescendo, ama sempre meno la condivisione del suo tempo con altre persone, parla piuttosto ai tanti animali che possiede, perfino alle sue api che adora follemente. Un po contro la società attuale, che vede sempre più priva di valori e sostanza. Amante delle piante custodisce il suo orto, usandolo come mantra per staccare il cervello dall’altra sua figura, quella dell’artista, sia in veste di attore, giullare o fachiro che sia. In quest’ultima versione trova spazio l’istrione più socievole, colmo di quella sana arroganza che ci vuole sul palco, sicuro di sé e completamente a suo agio in mezzo alla gente. Del resto si sa, chi fa questo mestiere ha sempre avuto qualche problemino di testa…o forse sono gli altri ad averlo?

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Intervista a Tiziano Casole, il Giullare senza radici tra orto e arte
Tiziano Casole

Ma un filone artistico lo usa per fondere le due figure, è la sua valvola di sfogo. La scrittura. In questa veste, riesce ad essere uomo e artista nella stessa persona,  e qui, mai nessuno riuscirà a distinguere uno o l’altro.

La famiglia come parte dello spettacolo. Cosa senti di voler dire a coloro che vedono la famiglia come un’utopia imprigionante a senso unico?

A questa domanda sono preparatissimo, come quando alle superiori studiavo epica, unica materia alla quale dedicavo ore e ore della mia vita. Sono preparato perché quello della genitorialità è un argomento che tocchiamo spesso in diverse situazioni. 

Buona parte della gente, quando da vita a un figlio, mette un punto nella propria vita privata. Hanno l’idea che la responsabilità genitoriale sia cosa talmente grande a tal punto da annientarsi. Io e mia moglie non abbiamo mai messo quel punto, basti pensare che proprio poche ore dopo la nascita di nostra figlia, ho deciso di licenziarmi da un posto fisso per fare l’artista a tempo pieno…apro e chiudo parentesi…mai pentito di questa scelta.

Se hai un sogno da inseguire, non può certo essere un figlio a bloccare quell’obbiettivo, anzi, essere genitore secondo me è educare a inseguire i propri sogni, a dimostrare che, con sforzo e sacrificio, li stessi, li puoi agguantare. 

Quel sogno ti porterà magari (quasi sempre) a vivere in modalità totalmente diversa dalla normalità, ecco, essere genitore significa per me far diventare quell’anormalità, normale. Quindi se dovessi dispensare un consiglio ai genitori che si sentono imprigionati, vorrei dire semplicemente di vivere la vita per ciò che siamo: animali dotati di istinto.

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Ti definisci senza radici, eppure sembra che tu sia ben ancorato alle radici messe dal tuo vissuto. Cosa sono le radici per te e quali pensi siano le radici mancanti nella società attuale?

Non amo il campanilismo e non mi sento parte di nessuna zona geografica. Sono figlio di meridionali, nato tra le pre Alpi lombarde tra boschi e montagne. Sin da piccolo ho viaggiato moltissimo grazie allo sport e poi, da quando ho deciso di fare il lavoro dell’artista, ho vissuto un po ovunque. A mia figlia, fino ai suoi cinque anni, quando le si diceva “Amore, andiamo a casa” rispondeva con “Quale casa?”

Ecco, questa sua risposta ha toccato più di una volta la nostra coscienza da genitori. Asili in regioni diverse, mesi in camper per i tour del papà, alberghi, teatri, ma poi la si osservava crescere e capivo che quella era la scelta giusta per lei. 

Lei è nata libera. 

Intervista a Tiziano Casole, il Giullare senza radici tra orto e arte

Libera dai pregiudizi, dai cliché, e poco le importava che ogni due per tre dovesse fare la valigia e partire per una nuova casa. Oggi ha 13 anni e le sue radici, come scrivi tu nella domanda, sono ancorate nel suo vissuto e le mie, ovviamente, ancorate solo a lei. Le radici sono esclusivamente ore passate con chi ami. Dargli acqua sempre nello stesso posto sarebbe sbagliato.

Leggendo i tuoi libri sembra che il particolare che più rimane sia la semplicità delle parole affiancata alla poetica nel distribuirle. Cos è stata per te la semplicità nella vita e quale credi sia il senso delle cose semplici?

Da bambino scrivevo moltissimo. Non sono mai stato un bravo studente, ho sempre messo davanti alla scuola gli obbiettivi sportivi, ma scrivere ha sempre riempito la mia curiosità e la mia anima. A volte quando realizzo che oggi scrivo spettacoli teatrali o altri tipi di copioni, mi viene la pelle d’oca e questo perché scrivere per me è come camminare e nutrire me stesso. 

Ho pubblicato libri in vita mia e devo dire che, nel mio piccolo, questi mi hanno dato grosse soddisfazioni. Ho cominciato con poesie, pubblicando “Speriamo almeno in questo naufragio”, poi sono passato a romanzi brevi e il primo mi ha premiato moltissimo. Era il 2020 e, chiuso in casa e depresso perché non potevo lavorare a causa del lockdown, unica arma per sopravvivere, in ogni suo senso, era quella di scrivere un libro e auto pubblicarlo…e così feci.

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“Essenza in Equilibrio” il suo titolo, e con orgoglio posso dire che ad oggi ha venduto quasi 3000 copie. Numeri ridicoli ovviamente per l’editoria classica, ma io non sono nessuno e poco ho potuto investire sulla sua pubblicazione, ma il messaggio di questo libro ha viaggiato forte e chiaro e, molto probabilmente, come tutte le cose vere, è arrivato dove e a chi doveva arrivare. 

A  grande richiesta la gente chiedeva il seguito di questo racconto, ma purtroppo mi bloccai. Non riuscivo più a scrivere a modo mio, semplicemente, ero colmo di rabbia perché la vicenda “Covid” stava rovinando molto di quel che, con tanta fatica, avevo costruito negli anni. Il mio settore era in ginocchio e campare con un mutuo, un affitto, una figlia e tutto il resto, era veramente difficile, così ho ceduto alle richieste di diventare ghost writer, scrivendo alcuni libri per altre persone. Tra questi, l’unico del quale posso parlare è “Uomini si nasce Campioni si diventa” . Una biografia dell’uomo più veloce del mondo sui pattini. Giocavo quindi in casa trattando quell’argomento e, molto della vita del protagonista del libro, si intrecciava alla mia. Il pubblico però aspettava ancora il seguito del primo romanzo e così nel 2024 esce “L’Ape e il Violino”. Il romanzo che mi ha dato modo di ritrovare la mia penna, quella semplice ma che, a quanto pare, raggiunge le corde dell’animo e in tutto questo devo ringraziare la parola “semplicità” perché per arrivare al cuore serve solo quella, innata ,pura e nient’altro.

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Teatro, fuoco, spettacoli solcando strade, sale e palchi quasi fossero la stessa cosa. In quale performance ti senti più te stesso in senso di comodo ed espressività? Come nasce un tuo personaggio?

Ecco, se alla domanda di prima mi trovavi preparatissimo, in questa mi tremano le gambe, come quando a scuola vieni chiamato per l’interrogazione a sorpresa e sai di non aver studiato. Diciamo che il mio obbiettivo iniziale era quello di fare teatro, quello classico, ma il tempo mi ha fatto capire che non avrei potuto. Non amavo essere gestito da registi folli, frustrati e andavo proprio in panico in scena. Tu dirai che quelle sono le basi di un attore di teatro ed io ti rispondo che lo so…ma così fu.

Il mio girovagare mi portò poi a vivere in Toscana, dove provai nuovamente con il teatro classico, ma con lo stesso risultato. Il fato poi mi fece entrare in una compagnia che lavorava in rievocazioni medievali in tutta Europa. A loro mancava la figura del giullare, ed ecco che la mia formazione teatrale poteva finalmente servire a creare il mio tipo di teatro. Cominciai ad integrare lo spettacolo scritto e recitato in rima, con la giocoleria e l’equilibrismo, del resto il giullare era un artista completo. 

In qualche anno il repertorio aumentava di spessore e, in ogni stagione aggiungevo sempre qualcosa dell’ambito circense. Poi mi arrivò una richiesta e lì, la mia sana follia la fece da padrona. Venni contattato da una wedding-planner che lavorava per lo più nel Chianti con clienti stranieri.  Mi chiese il costo per uno spettacolo di fuoco da proporre in un matrimonio di una coppia di sposi americani. La fissai negli occhi e proposi il mio prezzo descrivendo nel dettaglio i 25 minuti di spettacolo di manipolazione di fuoco. Non battè ciglio. 

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Mi disse di preparare il contratto perché, due mesi più tardi, avrei partecipato al matrimonio con quello spettacolo. Un solo problema si presentò al mio cospetto. Io di fachirismo e di manipolazione di fuoco non sapevo assolutamente niente. Furono due mesi intensi, rinchiuso nella nostra abitazione in un piccolo borgo medievale della montagna pistoiese. La taverna in ristrutturazione divenne sala prove.

Intervista a Tiziano Casole, il Giullare senza radici tra orto e arte

Ma inutile dire che due mesi più tardi ero in scena e da quel giorno l’amore per il fuoco è solo cresciuto, anche se ora il fisico comincia a reclamare un po. Tutto questo solo per dirti che non ho preferenze nel mio repertorio. Sono tutto di tutto del mio vissuto e, per rispondere completamente alla tua domanda, i miei personaggi nascono sempre dal mio vivere la vita, poche cose astratte e, osservando e ascoltando chi sono, anche così nasce il mio personaggio.

Chi è senza Radici è spesso convinto di una sua solitudine assoluta al mondo, a causa della sua “condizione”. Da senza radici, cosa ti senti di dire a chi si sente solo seppur circondato da gente?

Distinguo in primis chi si sente solo per volontà e chi no. Io per esempio mi sento solo perché, negli anni, ho imparato a stare solo. Stare solo però per me vuol dire stare con la mia famiglia e i miei animali. Credo che qui le radici contino poco, credo che si tratti solo di sensibilità e di volontà nel voler vedere come il mondo va veramente.

Per rispondere a questa domanda provo a spiegarti il mio concetto di “Normalità”. Io definisco la Normalità non come la cosa giusta, ma come la cosa che la maggior parte della gente vive. Un concetto paradossale, ma oggi è normale quasi tutto ciò che è sbagliato.

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Ecco, io sono anormale. Sono anormale perché solo, o meglio, tra i pochi che non si piega a dogmi sociali o a visioni del mondo sfarzose ma prive di sentimenti. Io sono solo perché dico spesso di no, perché la parola “regola” spesso la vivo come imposizione. Non dico che sia giusto o meno volerla pensare come me, ma oggi dico che sono felicemente solo.

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Ciò che curi, cresce sano. Cosa significa per te unire arte e genitorialità?

Uno degli slogan che uso spesso, e che ho creato come stile di vita è “Tra Orto e Arte”. Rappresentano le mie due più grandi passioni che si intrecciano tra loro nella mia esistenza e, se ci si fa caso, solo una vocale è diversa, quasi a suggerirci che un legame tra le due cose c’è già di suo…Lo so, è tutto un po forzato, ma a me piace pensarla così.

Questo connubio di vita tra orto e arte, mi porta ad impegnarmi a scandire i naturali tempi di crescita di ogni pianta coltivata, ma anche i tempi di mia figlia. Dovremmo imparare, forse mi ripeterò, a usare molto più l’istinto animale innato, piuttosto che educazioni obsolete e deleterie. Questo per dire che provo, non certo senza fatica, a fondere sempre l’arte e la genitorialità. Spero che i frutti che raccoglierò vedendo mia figlia crescere, siano buoni e salutari quanto quelli del mio orto.

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Quali sono i libri che consiglieresti di leggere altrui per conoscerti di più?

Onestamente nell’ultimo periodo riesco a leggere poco e niente, ma se dovessi consigliare alcuni testi da leggere, mi focalizzerei sul mio scrittore preferito. Maxence Fermine è uno scrittore francese, non solo mi rispecchio molto nel suo modo di scrivere (certo il suo livello sarà inarrivabile per me) ma tocca argomenti nei suoi romanzi  che vivo comunemente nel mio quotidiano. 

Racconta spesso di mie passioni…Api, haiku, violini. Inoltre spazia da un genere all’altro, utilizzando un linguaggio semplice che arriva dritto al cuore. Consiglio l’autore, perché ogni titolo tra i suoi è valido e commovente, ma se proprio dovessi fare un nome comincerei la sua conoscenza leggendo “Neve”.

L’ultima non è una domanda ma uno spazio libero a tua disposizione

In primis vorrei complimentarmi per le domande a me poste. Domande inusuali, domande che toccano la parte più recondita della nostra esistenza e aggiungo che sono stato  davvero onorato nel rispondere a questa intervista, perché per nulla banale. In questo spazio libero vorrei semplicemente parlare del mio ultimo lavoro teatrale che proprio settimana scorsa ha debuttato a Venezia.

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“ Oblio. La vera storia di Paolo Piccoli” questo il titolo di questo monologo di teatro-sociale. Interpreto, come unico attore, Paolo e racconto la sua vera storia, e di conseguenza anche quella di sua moglie e dei suoi figli, storia del più giovane malato di Alzheimer di sempre. A 42 anni la triste diagnosi e a 48 il ricovero in RSA. Paolo oggi vive ancora, ma la malattia gli ha divorato tutto, compresa la sua dignità.

Da settembre partirà il tour di questa storia, famosa ormai a livello mediatico, grazie anche alla forza di volontà della moglie Michela Morutto, che ancora oggi spera che qualcosa possa cambiare, non tanto per suo marito, ma per i sempre più malati di Alzheimer precoce.

Concludo ringraziando Novabbe.com per aver dato spazio alle mie parole e auguro una buona vita a tutti…senza radici, ma ricca di emozioni.


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